Sassari, fatti e fattacci

 

Nicoletta Camorcia
All'inizio il caso Sassari non è nemmeno tale. Ma quello che sembra un fatto tra tanti si trasforma, in pochi giorni, in uno scandalo dalle dimensioni imprevedibili.

Il 3 aprile nel vecchio carcere di San Sebastiano, a una settimana di distanza dalla protesta dei detenuti, esasperati per le ulteriori restrizioni dovute allo sciopero nazionale dei direttori penitenziari, viene ordinato il trasferimento repentino di 20 reclusi a Oristano e a Macomer.
Nessuno ne è al corrente, neppure i diretti interessati. Sono i familiari dei reclusi, tre giorni dopo i fatti, a fare scattare l'allarme e a presentare un esposto per pestaggio alla Procura della Repubblica. Venerdì 21 aprile, a inchiesta già aperta, i parenti organizzano una fiaccolata attorno all'istituto, ubicato, come diverse altre carceri nazionali, in pieno centro cittadino.

La notizia esce dai confini regionali. Si parla di abusi e di violenze, di ragazzi tossicodipendenti picchiati e minacciati, di un pomeriggio di infernale irrazionalità. Alle 6 del mattino del 3 maggio Maria Cristina Di Marzio, direttore del San Sebastiano, Ettore Tomassi, nuovo comandante degli agenti, e Giuseppe Della Vecchia, provveditore delle carceri sarde, vengono arrestati.
Con loro finiscono in carcere 22 agenti della polizia penitenziaria, che fanno parte degli 82 ordini di custodia cautelare eseguiti nella notte con l'accusa di violenza privata, di lesioni e di abusi d'ufficio.

Il caos è totale, e sconvolge i vertici del ministero di Giustizia, del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e dell'intero mondo politico. Franco Corleone, sottosegretario del Guardasigilli, e Paolo Mancuso, vice direttore del Dap, si precipitano a Sassari.
Piero Fassino, neo ministro alla Giustizia nel nuovo governo Amato, rinuncia a una trasferta a New York. E Giancarlo Caselli, responsabile delle carceri, rientra immediatamente da Berlino dove è in corso un convegno internazionale sui problemi penitenziari. Che cosa sia successo a Sassari nessuno può ancora dirlo con esattezza. Ma le reazioni anticipano quella che ormai è davvero un'inchiesta scottante.

Di "rappresaglia annunciata" parla il senatore Verde Luigi Manconi e di "episodio di gravità estrema" la senatrice Ersilia Salvato. Piero Fassino, invece, cerca di calmare gli animi garantendo chiarezza. Il 4 maggio cominciano a emergere le prime testimonianze.

A confermare le accuse un detenuto di San Sebastiano, che racconta: " Non potevo credere che quello che mi stava accadendo fosse vero. Pensavo di sognare. Le botte ricevute, circa due ore in stile "Arancia meccanica", mi avevano fatto perdere il senso della realtà. Ormai non provavo più dolore".
Il giorno dopo un agente rincara la dose: "E' stato un pestaggio fuori dalle regole, in un clima di delirio collettivo; non sono intervenuto perché in questi casi pronunciare una parola contro un collega può innescare un meccanismo infernale".

La tensione è altissima. Si parla di Gom (Gruppi operatori mobili) utilizzati il 3 aprile e di sostituzioni del personale penitenziario non proprio chiarissime. L'inchiesta si allarga ai vertici delle carceri italiane.
E ne apre una anche il Consiglio superiore della magistratura. È il Gip Mariano Brianda a sottolineare che occorre stabilire "attraverso quali canali, anche ministeriali, sia stato possibile sollevare il precedente comandante e sostituirlo proprio il giorno dell'operazione con Ettore Tomassi".

"Liberi, liberi" gridano nel frattempo, davanti al carcere sardo, i colleghi degli agenti arrestati, sostenuti dalle rappresentanze sindacali di categoria che organizzano manifestazioni e sit-in negli istituti dell'intero Paese. Rebibbia, Regina Coeli, Le Vallette, San Vittore, Opera, Marassi, Secondigliano: i 40mila agenti italiani difendono il loro operato, rinunciano alla mensa, si incatenano, gridano la loro rabbia, mentre i poliziotti in carcere faticano a trovare un avvocato per probabile incompatibilità con gli altri detenuti di San Sebastiano.

In Italia ormai si discute esclusivamente di carcere e la circostanza ha quasi del paradossale. Piero Fassino propone i militari di leva per la vigilanza esterna dei penitenziari. E solleva un gran polverone. Il 5 maggio però ci ripensa e garantisce sia l'aumento dell'organico sia una maggiore efficienza delle strutture.
Il Ministro riceve inoltre Stefano Anastasia, presidente dell'associazione Antigone, il quale avanza la proposta di introdurre un 'adeguata formazione della polizia penitenziaria sulla tutela dei diritti umani e la figura del difensore civico dei detenuti, esistente in diversi paesi europei, tra cui il Portogallo, l'Austria e l'Ungheria.
Intanto da una parte piovono le richieste di dimissioni per il direttore del Dap, Giancarlo Caselli, dall'altra arriva il sostegno agli agenti dall'ex magistrato di Mani Pulite, Antonio Di Pietro, e dall'altra ancora dubbi sull'intera faccenda. "La cosa è così grande - dice in proposito Filippo Ascierto di Alleanza nazionale - che puzza di bruciato".

Ma l'inchiesta prosegue, nonostante il rumore e le manifestazioni di agenti, di detenuti e di familiari. Sabato 7 maggio il Gip scarcera un ispettore e concede gli arresti domiciliari ad altri due. L'8 maggio il medico di San Sebastiano, Antonio Adamo, viene iscritto al registro degli indagati per l'ipotesi di false certificazioni. E il 9 maggio il comandante del Nucleo Traduzione, Tiziano Pais, viene formalmente incriminato.
Nelle stesse ore Giancarlo Caselli, per placare la rabbia degli agenti, si reca prima a Cagliari per un incontro con i sindacati e, dopo, all'istituto di Sassari, diretto dal nuovo direttore Giacomo Veneziano.
Il 10 maggio la Commissione Giustizia del Senato mette all'ordine del giorno la proposta del difensore civico, di cui la prima firmataria è Ersilia Salvato.

E il giorno successivo a San Vittore si gioca la triangolare di calcetto tra guardie, reclusi e vecchie glorie del Milan per stemperare le polemiche. "La cosa che temiamo - scrivono in una lettera resa pubblica i detenuti di piazza Filangieri che chiedono maggiore attenzione sui loro problemi con la magistratura di Sorveglianza, l'applicazione della legge Gozzini e concrete opportunità di lavoro - è l'oblio che tra qualche giorno si stenderà sul pianeta carcere, salvo altri fatti gravi che non ci auguriamo in nessun caso".
Il 12 maggio è la data della svolta: il Gip Mariano Brianda accoglie le istanze dei difensori e dispone la revoca delle misure cautelari e la liberazione dei sottufficiali e dei dirigenti arrestati, 17 dei quali sospesi dal servizio per un mese.
Maria Cristina Di Marzio, parte per il nuovo impiego amministrativo al Dap di Roma, Ettore Tomassi ritorna al vecchio posto di Napoli e Giuseppe Della Vecchia rientra a Benevento. Tutto sembra finito, ma non è esattamente così.

In alcune città proseguono le agitazioni degli agenti e lo sciopero bianco dei reclusi. A San Vittore i familiari si incatenano davanti all'entrata di viale Papiniano, mentre all'interno i carcerati rifiutano l'ora d'aria e la frequenza al lavoro e alle iniziative volontarie.

Che fare? "Salvaguardare i più deboli", dirà il giorno dopo, Carlo Maria Martini, Cardinale di Milano, al convegno di Bergamo su "Colpa e pena".