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Sassari, fatti e fattacci
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Nicoletta
Camorcia
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All'inizio il caso Sassari non è nemmeno tale. Ma quello che sembra un
fatto tra tanti si trasforma, in pochi giorni, in uno scandalo dalle dimensioni
imprevedibili.
Il 3 aprile nel
vecchio carcere di San Sebastiano, a una settimana di distanza dalla
protesta dei detenuti, esasperati per le ulteriori restrizioni dovute
allo sciopero nazionale dei direttori penitenziari, viene ordinato il
trasferimento repentino di 20 reclusi a Oristano e a Macomer. La notizia esce
dai confini regionali. Si parla di abusi e di violenze, di ragazzi tossicodipendenti
picchiati e minacciati, di un pomeriggio di infernale irrazionalità.
Alle 6 del mattino del 3 maggio Maria Cristina Di Marzio, direttore
del San Sebastiano, Ettore Tomassi, nuovo comandante degli agenti, e
Giuseppe Della Vecchia, provveditore delle carceri sarde, vengono arrestati.
Il caos è totale,
e sconvolge i vertici del ministero di Giustizia, del Dipartimento dell'amministrazione
penitenziaria e dell'intero mondo politico. Franco Corleone, sottosegretario
del Guardasigilli, e Paolo Mancuso, vice direttore del Dap, si precipitano
a Sassari. Di "rappresaglia annunciata" parla il senatore Verde Luigi Manconi e di "episodio di gravità estrema" la senatrice Ersilia Salvato. Piero Fassino, invece, cerca di calmare gli animi garantendo chiarezza. Il 4 maggio cominciano a emergere le prime testimonianze. A confermare le
accuse un detenuto di San Sebastiano, che racconta: " Non potevo credere
che quello che mi stava accadendo fosse vero. Pensavo di sognare. Le
botte ricevute, circa due ore in stile "Arancia meccanica", mi avevano
fatto perdere il senso della realtà. Ormai non provavo più dolore". La tensione è altissima.
Si parla di Gom (Gruppi operatori mobili) utilizzati il 3 aprile e di
sostituzioni del personale penitenziario non proprio chiarissime. L'inchiesta
si allarga ai vertici delle carceri italiane. "Liberi, liberi" gridano nel frattempo, davanti al carcere sardo, i colleghi degli agenti arrestati, sostenuti dalle rappresentanze sindacali di categoria che organizzano manifestazioni e sit-in negli istituti dell'intero Paese. Rebibbia, Regina Coeli, Le Vallette, San Vittore, Opera, Marassi, Secondigliano: i 40mila agenti italiani difendono il loro operato, rinunciano alla mensa, si incatenano, gridano la loro rabbia, mentre i poliziotti in carcere faticano a trovare un avvocato per probabile incompatibilità con gli altri detenuti di San Sebastiano. In Italia ormai
si discute esclusivamente di carcere e la circostanza ha quasi del paradossale.
Piero Fassino propone i militari di leva per la vigilanza esterna dei
penitenziari. E solleva un gran polverone. Il 5 maggio però ci ripensa
e garantisce sia l'aumento dell'organico sia una maggiore efficienza
delle strutture. Ma l'inchiesta prosegue,
nonostante il rumore e le manifestazioni di agenti, di detenuti e di
familiari. Sabato 7 maggio il Gip scarcera un ispettore e concede gli
arresti domiciliari ad altri due. L'8 maggio il medico di San Sebastiano,
Antonio Adamo, viene iscritto al registro degli indagati per l'ipotesi
di false certificazioni. E il 9 maggio il comandante del Nucleo Traduzione,
Tiziano Pais, viene formalmente incriminato. E il giorno successivo
a San Vittore si gioca la triangolare di calcetto tra guardie, reclusi
e vecchie glorie del Milan per stemperare le polemiche. "La cosa che
temiamo - scrivono in una lettera resa pubblica i detenuti di piazza
Filangieri che chiedono maggiore attenzione sui loro problemi con la
magistratura di Sorveglianza, l'applicazione della legge Gozzini e concrete
opportunità di lavoro - è l'oblio che tra qualche giorno si stenderà
sul pianeta carcere, salvo altri fatti gravi che non ci auguriamo in
nessun caso". In alcune città proseguono le agitazioni degli agenti e lo sciopero bianco dei reclusi. A San Vittore i familiari si incatenano davanti all'entrata di viale Papiniano, mentre all'interno i carcerati rifiutano l'ora d'aria e la frequenza al lavoro e alle iniziative volontarie. Che fare? "Salvaguardare i più deboli", dirà il giorno dopo, Carlo Maria Martini, Cardinale di Milano, al convegno di Bergamo su "Colpa e pena". |
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