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Stava
lì nel centro del soffitto al risveglio, il vuoto del futuro.
Oggi sono qui, mi dicevo, ma domani, fra un mese, un anno, dove sarò?
Preso un diploma, l'inizio di un lavoro e, quell'ansia, dentro, di
essere nel posto sbagliato.
Così sino all'arrivo dell'estate, poi il mare. Andavo al molo
ad ascoltare la forte voce del mare in burrasca.
Così vorrei essere: capovolgere il ritmo delle giornate.
Scegliere.
Sul posto c'era quello che cercavo, una scuola professionale per Infermieri.
Gli zii vicini davano una garanzia di controllo ai miei apprensivi
genitori.
Non fu certo semplice, né senza difficoltà. Dovevo adattarmi
alla vita, sola di fronte alla sofferenza, alle insidie nascoste nel
formalismo dei rapporti.
Cercavo la vita autentica.
Dovevo distinguere fra l'idealismo e la realtà che accelerava
i circuiti della conoscenza per non soccombere agli inganni.
La sfida fra il timido sentire incapsulato in un mondo appartato e
l'irrompere del "tutto".
La malattia limita e imprigiona, prende a tradimento nel pieno della
vita.
Colpisce parallela ad altri dolori.
Almeno non fa distinzioni.
Niente era facile, neppure il lavoro, neppure i sentimenti.
Ti portavi nel sonno l'affanno, il respiro del coetaneo morente.
La sensazione che l'assistere non fosse solo altruismo e professionismo,
ma anche una forma di potere.
Nel pensiero è tornato il rovello di essere nel posto sbagliato.
Non sono andata lontano.Non ho sfidato il futuro e cambiato lavoro.
Solo con la mente trovo l'uscita verso la libertà ideale e
della parola.
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